Criscaso
Experimental Rocketry
Incidente di volo Roccouno Paleair 2004
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Esperienze
acquisite, lezioni imparate, applicazione di modifiche, imprevisti
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pagina - luglio 2010
Veicolo "Roccouno" di
Riccardo Paleari lanciato a Ozzano (BO) domenica 25 aprile 2004, danneggiato
all'impatto a terra per mancata espulsione del sistema di paracadute
Se pensate
che fare scienza con i razzi sia qualcosa di esoterico e destinato solo
a chi costruisce e lancia razzi molto grandi e costosi, vi sbagliate...
o forse state dando retta alle persone sbagliate.
E' possibile sfruttare a fondo anche lanci con piccoli razzi e imparare
con essi moltissimi particolari che possono rimanere nascosti durante
il progetto e la costruzione. Il lancio non è, almeno per chi ha una
visione scientifica dell'hobby di costruire razzi, lo scopo finale;
anzi, il lancio è più precisamente un piccolo esame che dobbiamo
passare all'interno del nostro piccolo programma di ricerca, che
funzionerà o meno in conseguenza delle nostre scelte e del nostro modo
di risolvere i
problemi che la progettazione e la costruzione ci ha messo davanti. Ma
il lancio è anche una tappa intermedia del cammino del nostro
programma, che porterà molto probabilmente a modifiche e a nuovi lanci
anche se tutto andrà bene. Il veicolo darà comunque informazioni
utilissime per il futuro che saranno applicate per un nuovo lancio
dello stesso veicolo oppure per la costruzione di un nuovo
veicolo.Insomma, il lancio non è la cosa più importante di tutto, anche
se è ovviamente un momento cruciale, da cui possono dipendere molti
altri aspetti. In ogni caso un lancio non riuscito deve essere
considerato fonte di motivazione per modificare e riparare, per
arrivare prima o poi, con un lancio riuscito, a confermare la bontà di
quello che abbiamo inventato, costruito e sviluppato nel tempo. Quando
un lancio non va come previsto... molto facilmente si assiste alla
distruzione del veicolo. E' opportuno, in questo caso, raccogliere i
pezzi del veicolo, anche se molto frammentati e sparsi per una vasta
zona e cercare di capire che cosa non ha funzionato. E' un momento di
umiltà e di estrema concentrazione, ed è un compito fatto da chiunque
sia attivo in questo hobby, perchè insegna molte cose. Qualche volta
insegna anche che... chi ci ha detto che QUELLA cosa là non poteva
funzionare, ha avuto TORTO o RAGIONE. Insomma, se lo abbiamo ascoltato
e il missile si è disintegrato, la colpa è comunque nostra, se non lo
abbiamo ascoltato e il missile si è disintegrato, la colpa è comunque
nostra. La differenza è che nel primo caso, quel tipo là adesso non lo
si vede da nessuna parte, altrimenti è di là che ride e si appresta a
lanciare il suo razzo che di sperimentale ha poco o nulla e funzionerà
quasi certamente benissimo.
Morale: in questo campo è opportuno
studiare e ascoltare tutti i buoni consigli, ma in fondo dobbiamo
pensare che tutto quello che verrà fuori dal nostro lancio è di nostra
esclusiva responsabilità. Meglio cercare di imparare il più possibile
da qualsiasi lancio, anche da quelli apparentemente più facili e
banali. Sarà forse di consolazione sapere che, come dice un vecchio
proverbio che girava molto spesso agli albori della missilistica tra i
ricercatori, con un lancio fallito si impara molto di più che con uno
perfettamente riuscito.
Gli sperimentatori sono persone che
rischiano più di altre categorie: perchè vanno solitamente fuori dagli
schemi classici e dall''ortodossia del "ramo". Inventano particolari
tecnici che gli altri non possono o non vogliono impiegare, per
pigrizia o per mancanza di curiosità. E sono persone molto più curiose
delle "altre", quindi accettano il rischio che ciò che inventano possa
non funzionare al primo colpo. Ma sono anche persone che quando
finalmente ottengono il risultato che si sono prefissate trovano
soddisfazioni uniche quanto uniche sono le loro trovate ed invenzioni.
Un
errore che fanno molte persone nel campo dei razzi è che si confrontano
con chi mostra grossi razzi, apparentemente molto sofisticati e quindi
apparentemente tecnologicamente avanzatissimi. Queste apparizioni gettano solitamente
lo sconforto in chi, essendo appassionato del "ramo", fa paragoni con
quanto a loro stessi riesce di combinare in virtù delle proprie limitate
possibilità e risorse. Si arriva a pensare che sia MEGLIO fare semplice
modellismo perchè non ci sarà mai la possibilità di emulare questi
razzi fantastici. Questo è l'errore di chi pensa che per fare
sperimentazione sia necessario fare le cose in grande e costruire razzi
grandi e potenti; quindi costosissimi e sofisticatissimi. Niente di più
sbagliato: la vera sperimentazione consiste nell'innovare o nel tentare
di modificare anche semplici aspetti particolari comunemente ritenuti
arrivati a maturità o inutili ed impossibili da realizzare. Diventa
così possibile sperimentare in un vastissimo campo di applicazioni, dal
motore agli accenditori per motori, alle strutture, agli impianti
elettrici ed elettronici, alle configurazioni di volo e ai sistemi di
recupero, ai sensori e alla telemetria. Davvero in tutti i campi ed è
possibile farlo soprattutto su veicoli piccoli. Tutto quello che si
impara inventando, costruendo, modificando e sviluppando è qualcosa di
incredibile e soprattutto sconosciuto ai più. Inoltre, regalino da non
disprezzare, si accumula esperienza esclusiva che potrebbe benissimo
essere applicata su veicoli molto più grandi... magari proprio su quei
grandi razzi che vediamo così scintillanti e tecnologicamente
inarrivabili.
* * * * *
Riporto qui un esempio di ricerca
scientifica che ha a che fare con il modellismo di razzi piuttosto
evoluto e che sconfina direttamente nello sperimentale, data la natura
del veicolo di cui sto per parlare. E si tratta anche dell'esempio di
come un lancio fallito possa portare una notevolissima messe di
informazioni che portano direttamente a modifiche migliorative del
veicolo. Il veicolo può anche talvolta essere riparato e volare
meravigliosamente bene se si fa tesoro di queste informazioni; il punto
è che bisogna osservare e capire bene cosa ci dicono tutti quei pezzi
sparsi per terra a conclusione di un lancio non perfetto.
Parlo
così del Roccouno, il primo modello di razzo interamente in fibra di
carbonio realizzato in Italia. Riccardo P. aveva già da qualche anno
abbracciato la costruzione modulare smontabile (cosa di cui parlo in
altra pagina) e realizzato già un modello con largo impiego di
materiali compositi. Ma il suo Roccouno avrebbe rappresentato la vera
svolta e un eccezionale approfondimento della tecnica di costruzione
senza adesivi. Inoltre il Roccouno è un veicolo estremamente rifinito
ed elegante, sì da attirare le attenzioni di modellisti e
sperimentatori fin dal suo primo apparire. Il veicolo fu presentato già
al raduno del 2003 quasi completamente completato e gente anche di
altri paesi aveva manifestato a Riccardo complimenti e ammirazione per
un missile davvero stupendo. Non sto parlando di un razzo grosso... il
Roccouno pesa circa un chilogrammo e duecento grammi ed è di dimensioni
comparabili a quelle di un modello commerciale piuttosto banale. Ma la
sua costruzione e la cura incredibile per i particolari e per le scelte
tecnologiche lo rendono ancora oggi un veicolo di raffronto per molti
esperti costruttori in materiali compositi. Roccouno fece il suo volo
inaugurale il venticinque aprile 2004 e fu vittima di un problema
durante la fase di deploy, così che la sezione payload non si separò
dal resto della fusoliera e l'intero veicolo tornò a terra in
configurazione intera perfettamente stabile. Apparentemente
semidistrutto, Roccouno fu più tardi riparato e modificato e ancora
oggi può essere rimesso in servizio.
Pochi mesi
prima del raduno annuale Riccardo aveva finalmente completato il suo
fantastico razzo. Chiamarlo "modello" è assolutamente inappropriato...
potremmo definirlo "piccolo missile sperimentale" e diremmo esattamente
la giusta definizione, anche se non è di grandi dimensioni. Ma
all'epoca nessuno in Italia aveva realizzato nulla di simile, ma
nemmeno tentativi iniziali. Date le dimensioni, i pesi e l'opportunità
di effettuare un lancio sperimentale, Riccardo ottenne un motore H220.
Da rimarcare come Riccardo abbia sempre costruito missili piccoli e
dotati di strutture leggerissime, nello sforzo di realizzare veicoli il
più possibile vicini a quelli reali. Il suo Scout interamente in
carbonio è un gioiello che funziona con motorini di classe F e
interpreta correttamente lo spirito del volare il più in alto possibile
con la minore potenza possibile... e non il contrario come è diventata
la moda e la regola negli ultimi anni anche in Italia.Quella
mattina a Bologna si stava benissimo, addirittura fresco per via delle
recenti abbondanti piogge. Il terreno era piuttosto molle ancorchè non
proprio fangoso. I preparativi del veicoli furono assolutamente
tranquilli e senza problemi. Riccardo ebbe la pensata di mettere nell'ogiva del suo
stupendo e storico razzo un registratorino a microcassette. Avviato il
registratorino, il missile fu messo sulla rampa e dopo il classico breve count down decollò e volò con traiettoria stabilissima. Roccouno raggiunse
l'apogeo e ritornò giù puntando ben presto, altrettanto stabilmente, il naso
verso terra. Ci aspettavamo il deploy ma questo non avvenne e il missile
arrivò a terra dopo un breve ma lunghissimo lasso di tempo (come cambia la
percezione dei secondi quando sai che qualcosa sta per andare
male) e si conficcò nel molle terreno delle recenti piogge. Lo schianto
fu più forte per il cuore che non per le orecchie... è sempre un
momento di dolore vedere schiantarsi il nostro razzo, se pensiamo alle
centinaia di ore che ci abbiamo versato. Ma anche questo fa parte della
vita dello sperimentatore di razzi.
Andammo a recuperare il
missile, che si era infilato verticalmente nel terreno per una ventina di
centimetri. Apparentemente distrutto, il Roccouno aveva invece subito pochi
danni, data la struttura estremamente robusta e nel contempo leggera.
Solamente l'ogiva fu irrecuperabile. Al suo interno il registratorino era
irrimediabilmente danneggiato ma la cassettina in ottime
condizioni. Riccardo mi affidò la cassettina per tentare almeno il
salvataggio della registrazione.
Discutemmo della possibilità di tentare di capire qualcosa con
l'analisi della registrazione. Fu per me un impegno davvero stimolante
che volevo portare a termine nell'intento di dare a Riccardo preziose
informazioni su come non ripetere, in futuro, un simile incidente.
Fu piuttosto facile ripulire la
cassettina da pochissimi frammenti plastici e qualche granello di terra e con
un buon registratore di elevata classe trasferii le
registrazione. Il segmento audio copriva, oltre a tutto il volo del
veicolo fino all'impatto, anche moltissimi minuti di preparazione e di
attesa sulla rampa. Il tono di un marker (un bip bip) serviva come
segnale di tempo per correggere eventuali variazioni di scorrimento del nastro e fu per me molto utile in
sede di elaborazione dell'audio.
Dalla registrazione potei estrarre
tutto l'audio che serviva. Erano distinguibili tutti gli eventi del volo, dal
momento del lancio, a quello della decelerazione dopo il burnout e il momento
del mancato deploy. Il mancato deploy fu causato quasi senza dubbio da un
problema di tenuta del tubo del motor mount che era dotato della paglietta
antifiamma. La pressione esercitata dalla carica di espulsione non era
sufficientemente contenuta nel tubo a causa del sistema di aggancio della
paglietta e della non perfetta aderenza del tubo all'ordinata. L'esplosione
della carica di deploy fu insolitamente lunga (più dei tre o quattro
millisecondi considerati comunemente normali) e non si sviluppò la forza necessaria per
separare l'ogiva.
Roccouno quindi rimase in configurazione
aerodinamica sia durante l'ascesa, sia durante la caduta. Il
registratore, durante la caduta, continuava a funzionare. La
registrazione, dopo l'evento inconsueto del deploy sfiatato, riproduce
il rumore aerodinamico causato dalla crescente velocità di caduta del
veicolo. Si avverte chiaramente che il razzo di Riccardo continua ad
accelerare fino al momento dell'impatto, producendo un rumore via via
crescente.
Il Roccouno di Riccardo doveva avere raggiunto una quota di
forse quattrocento metri, e da quella quota ha continuato ad accelerare, in
virtù della sua stupenda aerodinamicità. Quindi in questo caso abbiamo
assistito, non volendolo ovviamente,
a un esperimento di rilevazione di aumento della velocità di caduta del
veicolo a causa dell'accelerazione di gravità... ovviamente. Ma
un'altra informazione che possiamo ricavare da questo semplicissimo e
perfino banale fatto, è che l'eccelsa aerodinamicità del veicolo, unita
alla sua stabile configurazione durante la caduta, ha evidenziato come
l'aumento di velocità si sia protratto forse fino al momento
dell'impatto, vale a dire prima di raggiungere la velocità terminale.
La velocità terminale di un corpo in caduta libera è quella che risulta
quando la forza di resistenza dell'aria sul corpo eguaglia quella
derivata dall'accelerazione di gravità sul corpo. In questo caso
all'interno del corpo abbiamo l'accelerazione costante di un g,
equivalente a quella sulla superficie terrestre. Ma ciò significa anche
che prima di questo istante abbiamo avuto, dal momento di apogeo,
condizioni brevi ma reali di microgravità seguite subito dopo da un
costante aumento dell'accelerazione. Questo periodo di accelerazione
dipende, per la sua durata, proprio dalle caratteristiche aerodinamiche
del corpo. Roccouno si è dimostrato un "corpo" cadente estremamente
aerodinamico producendo effetti di variazione di accelerazione
lunghissimi. Magra consolazione, se vogliamo, ma è comunque un
esperimento scientifico condotto... con attrezzatura estremamente
elegante. Oggi simili esperimenti, dopo essere stati giudicati in
passato nella comunità italiana di appassionati e modellisti di razzi,
piuttosto inutili, vengono svolti da studenti universitari e di
istituti tecnici nell'ambito dei programmi CanSat. Un esperimento molto
simile a quello che si è svolto, piuttosto inaspettatamente con il volo
di Roccouno nel 2004 a Bologna, è quello che i ragazzi dell'Istituto
Tassoni di Modena stanno per realizzare in Norvegia nel prossimo agosto
2010. Il veicolo dei ragazzi non sarà certamente aerodinamico quanto il Roccouno e sarà invece
dotato di accelerometri molto più sensibili e filtrati. I ragazzi saranno in
grado di rilevare la curva di accelerazione per scoprire in quanto tempo, a
causa della caduta e per effetto della forza di resistenza dell'aria
crescente al quadrato con la velocità, la capsula arriverà al livello di un g
corrispondente a quello terrestre. Possibilmente prima di arrivare a terra.
Ma il paracadute forse non consentirà di arrivare a questo punto, dato che
probabilmente sarà aperto molto prima.
* * * * *
Report della "missione" Roccouno" I
Materiale iconografico
Dopo ripetuti rinvii, domenica 25 aprile 2004 il
momento del battesimo di volo del celebre modello di Riccardo era finalmente
arrivato. Tralascio le operazioni di preparazione al lancio che sono state
effettuate sotto la supervisione di Stefano e mi concentro solamente sul
volo.
 Riccardo Paleari con il suo Roccouno
pronto al lancio.
Il veicolo è decollato dalla rotaia Blackskly con un
motore H220. Il decollo è stato rapido e la traiettoria dirittissima. Il veicolo
ha percorso in maniera assolutamente stabile tutta la traiettoria ascendente con
un leggerissimo moto verso NO e dopo l'apogeo ha ripreso stabilissima
configurazione a testa in giù. Il deploy NON è avvenuto poco dopo l'apogeo come
ci si aspettava e NON è mai avvenuto. Il veicolo è arrivato a terra intero a
circa ottanta-cento metri di distanza dal punto di lancio, conficcandosi nel
terreno molle del campo di frumento. Notevole difficoltà nell'estrazione e
abbiamo rinvenuto il missile praticamente intero con l'ogiva distrutta, metà
della quale è rimasta nel terreno a circa mezzo metro di profondità (e lì è
rimasta).

Il veicolo rinvenuto conficcato nel
terreno molle per circa metà della sua lunghezza. 
L'unico danno riportato dal modello è
stata la distruzione dell'ogiva. Il resto delle strutture ha resistito benissimo
alle sollecitazioni dell'impatto.
Riccardo ha estratto il registratorino che appariva
seriamente danneggiato ma con il nastro che ancora girava. Me lo ha consegnato e
io ho estratto la cassettina dopo aver dato un paio di botte alla meccanica
incastrata. La cassettina recava un pezzetto di plastica del suo case libero di
passeggiare all'interno di essa che si infilava allegramente tra le spire del
nastro. 
Il registratorino Aiwa è distrutto, ma
la cassettina conteneva una registrazione preziosissima.
Ho preso un mio registratorino, un piccolo Aiwa, e
ho caricato la cassetta, cercando la posizione più prossima al lancio. Il suono
che usciva era però debolissimo e lasciava solo intendere qualcosa dei rumori
che potevano essere ripresi durante il volo. Quindi ho trattenuto la cassetta
per studiarla con calma a casa e ideare qualche sistema per estrarre la maggior
quantità possibile di informazioni. 
La microcassetta originale su cui è contenuta la preziosa
registrazione.
Così, alcune sere dopo, approfittando di un'occasione
in cui il mal di testa era meno forte, ho caricato la cassettina nel mio
fantastico registratore Sony TC-MR2, un gioiellino capace di registrare in HI-FI
stereo sulle microcassette. Questo registratore è un vero veterano della XYZ:
con esso ho fatto centinaia di ore negli anni '80 e '90 per lavori di
fonoamatoria, per preparare montaggi, per riprendere eventi eccezionali, per la
mia radio pirata (Radio Barry Joe, vedi), per gli esperimenti di radiotelemetria
con Policarpo (vedi) e negli ultimi anni era stato messo a riposo. 
Il mio registratore stereo a microcassette Sony TC-MR2. Vero
gioiello, rarissimo e di ottime qualità audio.
Quindi collegai il vecchio e glorioso registratore al
mio computer e trasferii l'intero contenuto del nastro. Stefano F. ha avanzato
l'ipotesi che il registratorino, collocato dentro l'ogiva, fosse molto lontano
dalla fonte del rumore e per giunta separato da esso con molto materiale:
paracadute, shock cord, ordinate e paglietta e che ciò senz'altro doveva
attutire il suono. Verissimo ma c'è da dire che il registratorino aveva la
possibilità di registrare i suoni NON attraverso le vibrazioni dell'aria ma
anche e soprattutto attraverso i materiali, estremamente rigidi e duri tipici
della costruzione in composito del veicolo di Riccardo. Ciò significa che il
suono era abbastanza validamente trasmesso fino al registratore per via
puramente meccanica, attraverso l'intera struttura del razzo, esattamente come
succede in realtà, per esempio, in natura nel corpo umano. Spiego: ognuno di noi
ha due orecchie e crede di sentire la propria voce quando parla ma in realtà ode
la voce che gli viene trasmessa agli apparati auricolari attraverso i tessuti
della testa (ossa e cartilagini) e per questo motivo normalmente si meraviglia
quando sente la propria voce registrata per la prima volta. E' un fatto
assoltamente normale.
Analogamente, il registratorino collocato nell'ogiva
del Rocco1 di Riccardo ha potuto registrare più che benino i suoni dell'intero
volo perché essi arrivavano trasmessi meccanicamente attraverso l'intera
struttura e quindi NON aveva alcuna importanza che il microfono fosse molto
lontano dalla sorgente del rumore. Inoltre la struttura realizzata in fibra di
carbonio è rigidissima e adattissima a trasmettere vibrazioni MOLTO fedelmente.
Se il veicolo fosse stato realizzato con materiali meno nobili avremmo avuto una
minore trasmissione del suono e ottenuto una registrazione molto più scadente.
Anche per questo motivo credo di poter sostenere che tutti gli eventi registrati
dal registratorino siano riprodotti sufficientemente bene e in misura abbastanza
fedele.
Come
ho detto poc'anzi, la cassettina di Riccardo è in discrete condizioni.
Anche con un frammento plastico del case all'interno che periodicamente
si incastra nel nastro, la cassetta è in grado di funzionare. Mi sono
deciso a infilare la cassettina in uno dei miei più preziosi
registratori, un Sony TC-MR2, deck stereo a microcassette, vero
gioiellino assolutamente introvabile in Italia che ho comprato nel
marzo 1985 grazie a un amico in GBC). Il mio registratore storico è
stato rimesso in funzione per l'occasione dopo anni di inattività e
ancora una volta ha lavorato magnificamente.
A
un primo esame in cuffia, l'audio registrato sul nastro appare molto
basso e rumoroso. Le condizioni di registrazione erano le meno
favorevoli per il registratore, dato che operava all'interno dell'ogiva
e circondato da materiali piuttosto assorbenti; inoltre era stato
regolato per far scorrere il nastro alla velocità di soli 1,2
centimetri al secondo. Il registratorino a microcassette possiede anche
la velocità doppia, con la quale è possibile sfruttare meglio il
circuito di registrazione per ottenere un leggero miglioramento dello
spettro audio e una minore presenza di wow e flutter. Inoltre, con la
più bassa velocità di scorrimento, si deve considerare che l'ampiezza
del segnale audio risultante alla testina in uscita, sarà più basso di
quanto si otterrebbe con la velocità maggiore. Possiamo affermare,
andando molto vicini al vero, che la registrazione ottenuta è al
dieci-venti per cento delle teoriche possibilità del registratorino.
Comunque l'informazione sonora è presente e consente, attraverso
opportune azioni di elaborazione, ricavare molti dati molto
interessanti. Cosa che procediamo a fare immediatamente. Ho trasferito su pc tutta la registrazione contenuta nella
cassettina, che dura circa dodici minuti. Il problemino della velocità è che il
mio Sony, essendo un registratore di elevatissima qualità (per l'epoca, venticinque
anni fa) ha solo la velocità più alta, quella di 2,4 cm al secondo, con cui è in
grado di offrire una risposta in frequenza tra i 30 e i 14000 Hz e una dinamica
di circa 45 dB (pur senza Dolby!). Quindi ho trasferito la registrazione su pc
con una velocità doppia a quella originale a cui è stata effettuata dal tuo
registratorino. Quindi si sentono lontanissime voci e suoni alla paperino. Poco
male, anzi, trasferire il nastro a una velocità maggiore ci consente di ottenere
un segnale più alto perché le particelle magnetiche del nastro scorrono in
numero maggiore nell'unità di tempo e di conseguenza l'uscita elettrica della
testina è più alta.
Quindi, con il mio solito sw di elaborazione audio ho
provveduto a risistemare il valore di velocità corretto. Basandomi
sull'inizio della registrazione in cui si sentono le voci di Stefano e
Riccardo ho fissato il valore della velocità che mi è risultato di 0,51 (con il
mio orecchio, molto allenato all'ascolto stimo in un punto percentuale l'errore
massimo). Quindi ho riottenuto la registrazione alla velocità originale o
perlomeno più vicina possibile a quella della macchina che stava effettuando la registrazione.

Grafico dell'intera registrazione estratta dalla microcassetta del
registratore contenuto nell'ogiva di Rocco 1. Sono visibili i bip bip iniziali,
il rumore prodotto dal motore (evento a 0'8"4 circa), il suono del deploy (0'22"
circa), l'aumento del rumore dovuto alla parziale estrazione dell'ogiva e infine
il picco al momento dell'impatto a terra.
* * * * *
A questo punto ho riascoltato tutto il segmento e ho
dovuto lavorare parecchio di filtri, di volume e di equalizzatore, pur usati
con parsimonia per aumentare il volume senza fare annegare il segnale utile nel
rumore. Insomma, alla fine c'è il pezzetto che ci interessa. Ridotto a
trenta secondi, mi sbilancio nel dire che c'è la registrazione dell'intero
volo, dal decollo fino all'impatto a terra. Il che è veramente incredibile
pensando alle sollecitazioni sopportate dal motorino e al piccolissimo volano
del registratorino. Però devo dire anche che diciassette o anche venti g non
sono poi tantissimi e le piccole masse in gioco della meccanica del registratore
hanno apparentemente sopportato più che bene le accelerazioni prodotte dal
motore. 
Questo frammento comprende il momento del deploy e il resto del volo fino
all'impatto. L'evento a 0'22" è registrato molto bene, il che è piuttosto
inspiegabile per una detonazione. Subito dopo, a circa 0'22"5 c'è una sorta di
"sfiato", ovvero sembra che la pressione prodotta dal deploy sfugga velocemente
per una fessura. Da quel momento il rumore aerodinamico appare più forte, segno
che il suono attraversa meno materia dura. Il tutto fino al momento dell'impatto
(evento che produce un picco fortissimo che porta in saturazione il
registratorino. 
Ecco,
molto allargato nella scala temporale, il suono prodotto dall'evento
del deploy. L'evento parte da 0.22.02 e termina a 0.22.10, vale a dire
otto millisecondi. Ma subito dopo appare una coda a bassa frequenza e
bassa intensità che dura parecchi altri millisecondi, che potrebbero
essere le tracce dell'onda d'urto di ritorno causate dall'elasticità di
qualche elemento interno. Non si nota alcun segnale ad alta frequenza,
anche se in verità il registratorino non potrebbe avvertirle oltre i
duemila Hertz e comunque sarebbero estremamente attenuate per via
microfonica diretta. Come si vede la forma d'onda è assolutamente
tranquilla, NON tosata come dovrebbe essere un evento violento ed
improvviso (e fortissimo in intensità) da parte dei circuiti del
registratorino. Ciò, a mio avviso, indica un evento piuttosto soft, non
proprio una detonazione ma piuttosto una lenta deflagrazione.

Caduta e impatto.Naturalmente il registratorino si è distrutto ma il picco è
stato registrato, anzi in realtà la macchina ha avuto il tempo di registrare
diversi picchi prima di "morire". Queste sono testimonianze preziosissime,
esattamente come accade nelle indagini degli incidenti aeronautici. In piccolo,
s'intende.
Intanto
dico subito che mi sembra di ascoltare abbastanza chiaramente il rumore
prodotto dal motore, molto lungo, direi anche sei, sette secondi, poi
si ode un qualcosa di simile a un fischio di turbina in arresto.
Potrebbe essere, con la massima probabilità, il classico fischio
aerodinamico prodotto dall'aria che scorre sulla fusoliera e quindi
sulle parti sporgenti (alettoni, vitine e launch lugs). Parecchi
secondi di rumore di fondo intervallati dal bip-bip (che è stato
assolutamente utilissimo, vi spiegherò poi il perché) e infine il
rumore di un improvviso aumento di pressione (non uno scoppio, bensì
una lenta deflagrazione) e subito dopo uno sfiato, ho avuto
l'impressione che l'ogiva si sia parzialmente sfilata dal tubo e sia
rimasta ferma ancora parzialmente dentro il tubo. Perché da quel
momento il rumore aerodinamico è molto più forte e si avverte
chiaramente il rumore aerodinamico tipico di una costante
accelerazione, che culmina con l'impatto che distrugge il
registratorino (la registrazione si interrompe). A questo proposito
bisogna riconoscere che Riccardo, in sede di analisi dei resti del
veicolo, ha riconosciuto una certa aderenza della spalla dell'ogiva al
vano paracadute. La costruzione del suo veicolo, interamente in
carbonio e avvenuta con tecniche all'epoca ancora in via di sviluppo,
ha portato a un piccolissimo difetto nella circolarità del tubo di
fusoliera. Del resto, riflettiamo, non è nemmeno un bene che l'ogiva si
sfili troppo facilmente e nell'arte di far volare modelli di razzo
questo aspetto, anche se apparentemente banale, costituisce un grosso
problema da affrontare a qualunque livello.
Quindi il mio contributo nell'inchiesta sul lancio non
proprio perfetto è di DUE elementi di indizio, ricavati dall'analisi della sola registrazione audio:
Primo, la carica di deploy ha
prodotto gas piuttosto lentamente (mancanza di scoppio ma combustione lenta della
polvere);
Secondo,
la pressurizzazione lenta ha causato una piccola onda d'urto sulla base
dell'ogiva, che NON è saltata via ma si è lentamente spostata
verticalmente finché la pressione è sfuggita attraverso le superfici
dell'interno del tubo e della spalla dell'ogiva; o anche,
evidentemente, in altre parti del veicolo più prossime al motore;
l'ogiva è però rimasta in sede dopo un piccolo spostamento e il veicolo
ha mantenuto le caratteristiche aerodinamiche a testa in giù.
Naturalmente, in questo caso il rumore aerodinamico poteva essere più
facilmente ripreso dal registratore perché c'era meno spessore di
materiale da attraversare. Il motivo della mancata espulsione
dell'ogiva e dell'estrazione del paracadute non è certamente ricavabile
da questi dati, ma questi dati possono fare supporre certamente che se
il deploy è avvenuto anche, forse, quasi correttamente, un evento di
sfiato ha causato una onda d'urto insufficiente e una parimenti
insufficiente pressurizzazione del vano paracadute. Si può ipotizzare,
come Riccardo ha poi stabilito qualche tempo dopo il volo analizzando i
resti del veicolo, che il tubo portamotore e il tubo superiore che
conduce i gas della carica di deploy al vano paracadute, avessero un
difetto costruttivo nella zona di fissaggio della paglietta di
raffreddamento dei gas, che consisteva di un elemento metallico
agganciato alle pareti del tubo. In questa sede alcuni piccoli fori
potrebbero essere stati la causa dello sfiato al momento della
deflagrazione. Ciò concorda con quanto si ascolta nella registrazione.
Riccardo ha poi modificato questa parte e riparato il veicolo che in
realtà non risultava nemmeno molto danneggiato. Quindi mi azzardo nel dire che, esattamente come nei
disastri dell'era spaziale, anche nel nostro caso la causa dell'incidente NON è
una sola bensì la concomitante presenza di DUE eventi parimenti pericolosi (e
cioè lenta combustione della polvere che doveva produrre il deploy e scarsa
aderenza e scorrevolezza delle superfici tra la spalla dell'ogiva e l'interno
del tubo).
Possiamo
concludere, quindi, che come negli incidenti spaziali, anche nel nostro
caso assistiamo a un "incidente" spaziale causato da una serie di
eventi. Primo, una deflagrazione non troppo veloce, che comunque di per
sè non dovrebbe essere la causa di un mancato deploy; secondo, se la
spalla dell'ogiva fosse stata meno aderente alle pareti del vano
paracadute in fusoliera l'espulsione sarebbe avvenuta ugualmente;
terzo, lo sfiato del gas di deploy dovuto a una perdita di pressione
nel sistema tubo portamotore. Solo unendo questi tre malfunzionamenti
otteniamo la più alta probabilità di mancato deploy.
Come
non rimanere affascinati e impressionati da quante cose si possono
ricavare e imparare semplicemente analizzando a fondo tutti i dati in
notro possesso! E come non rimanere ammirati da quanto prezioso può
risultare un registratorino nelle fasi dell'analisi di questo
incidente? Dobbiamo veramente congratularci con Riccardo P. grande
costruttore di veicoli a razzo innovativi, che ha realizzato una
"macchina" fantastica, smontabile in decine di parti elementari e
riparabile esattamente negli elementi che danno luogo a
malfunzionamenti! Esattamente lo spirito del ricercatore che pensa e
costruisce il suo veicolo non solamente in funzione del motore più
grande e potente possibile, ma al contrario, che cerca la via per fare
andare più in alto possibile la sua "macchina" sfruttando al meglio il
piccolo motore di cui dispone, costruendo strutture leggerissime e
sforzandosi di risolvere innumerevoli problemi. Come si vede, il
rischio è in agguato anche negli aspetti apparentemente più semplici e
banali e il volo non riuscito è quindi un vero e proprio momento di
crescita tecnica personale.
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Documento
sonoro: la registrazione estratta dalla microcassetta.
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Riccardo Paleari 
criscaso 2004 - 2010
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