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Razzimodellismo
Sistema di collegamento elettrico
per accenditori NON impiegante coccodrilli e pinzette - Aumento
dell'affidabilità dei contatti elettrici - Miglioramento del problema
dello strappo dell'accenditore a causa del peso delle pinzette e del cavo
di collegamento - soluzione del problema del collegamento di accenditori
per cluster
Testo scritto in ml Razzimodellismo 1 gennaio 2004 - Aggiunte e modifiche del gennaio 2004 Disegni di Xyz
Avete dei problemi con le pinzette di collegamento degli accenditori della vostra centralina di lancio? Le pinzette sono sempre arrugginite, si bloccano e NON fanno contatto? Ancora, non sapete mai come porle sotto il modello, perché tendono a toccarsi producendo corto circuiti deleteri per la vostra batteria? E vi preoccupate perché i gas di scarico le rovinano? E NON siete sicuri di collegare bene gli accenditori in cluster? Bene, cioè, male. Ma niente paura, oggi è possibile porre una soluzione a tutto ciò. Si tratta di fare alcune semplici piccole modifiche al vostro sistema elettrico di accensione e alla vostra rampa di lancio, se ne possedete una. Si tratta di mettere mano al saldatore per piccolissimi semplici lavori di modifica che tratterò molto analiticamente ed in maniera discorsiva. Ma se seguirete bene i miei consigli avrete meno problemi e potrete, se volete, buttare via le pinzette. Questo sistema funziona bene con gli accenditori Estes che però vanno leggermente modificati come spiegherò, e con gli accenditori Magnelite e in ogni caso con tutti quegli accenditori che sono dotati di una piattina di fili. L’unico problema consiste nel modificare gli accenditori Aerotech Copperhead e i Tiger Tail, ma accennerò a qualche possibilità anche con essi. Questo semplice sistema è nato in seguito ai miei studi di una dozzina di anni fa, quando cominciai a occuparmi di razzimodellismo. Subito notai il semplice sistema di collegamento degli accenditori, affidato a due minuscoli coccodrilli. Vidi sui cataloghi anche la centralina Estes a pile e subito decisi che quel sistema per me NON era sufficientemente affidabile. All’epoca (1992) non esisteva l’Acme e non conoscevo NESSUNO nell’ambiente RM. Quindi, anche facendo riferimento al negoziante di Milano presso cui avevo comprato l’Astrocam e i pochi accessori di cui disponeva, non potevo veramente rapportarmi con nessuno. Quindi, come sempre, sapevo che avrei dovuto arrangiarmi, e la cosa naturalmente NON mi dispiaceva. Siccome sono una persona che ha una certa fiducia nelle proprie capacità, sapevo che, visto il semplice sistema di funzionamento degli accenditori Estes, potevo costruirmi una centralina più seria ed affidabile di quella che vedevo sul catalogo 1989 Estes. Mi costruii così una centralina costituita da una scatola plastica per montaggi elettronici entro cui avevo posto una batteria al piombo-gel da 6Volt 1,2 Ah. Morsetti serrafilo per il collegamento del cavo di collegamento rossonero (ahia, il Milan nell’elettrotecnica entra spessissimo), che avevo dotato di due spinotti a banana. All’estremità distante quindici metri del cavetto con sezione di rame di 1 millimetro, applicai due coccodrillini, come avevo visto servire sulle istruzioni e sui cataloghi. E subito mi accorsi che ciò era una fonte di problemi perché con gli accenditori Estes le pinzette sono costrette a rimanere proprio sotto il motore (gli accenditori Estes sono elementi molto corti), e quindi vengono investite dai gas e dai residui di combustione del motore una volta acceso. Però per il momento mi accontentai e decisi che le pinzette le avrei sostituite piuttosto spesso. La mia prima centralina, che ancora oggi possiedo perfettamente funzionante, era dotata di un interruttore a chiave in serie al pulsante di accensione, naturalmente un pulsante con autoritorno. In più avevo previsto, in seguito all’attivazione dell’interruttore a chiave, l’accensione di un LED (che però non ha la funzione di controllo della continuità bensì un altro scopo che dirò tra breve) e l’attivazione di un cicalino, in modo che fosse ben chiaro anche ai sordi e ai ciechi che la centralina era così pronta per fornire tensione al motore premendo il pulsante. Per i muti non avevo ancora pensato nulla ma, come potete immaginare, potevo rifletterci su e probabilmente avrei trovato una soluzione per permettere l’uso della mia centralina anche a questa categoria di persone.
La mia prima centralina (1992) Sulla sinistra si notano i morsetti serrafilo nero e rosso, e più in qua appena visibile la presa per la ricarica dell'accumulatore. Sul pannello in alto l'interruttore di sicurezza a chiave, lo strumentino microamperometro per l'indicazione dello stato di carica dell'accumulatore, il LED di centralina pronta a dare il comando di start. In basso sulla destra il pulsante di start, con autoritorno. Sulla centralina ho posto il volumetto delle istruzioni. Scherzo, è un microlibro rilegato che non ho mai scritto. Infine, invisibile ma udibile, un cicalino che si attiva quando si gira la chiave di sicurezza.
Naturalmente completai la mia centralina con una presa per caricabatteria e un microscopico strumentino microamperometro ricavato da una antichissima calcolatrice elettronica per ufficio (anni ’70) per visualizzare continuamente lo stato di carica della batteria. Queste sono sciocchezzuole elettrotecniche, basta un trimmer potenziometrico tarato ad hoc, questo NON lo spiego qui adesso. Per tutto il 1992 mi divertii con modelli da me costruiti e con i motori Estes, dopo la fase dell’Astrocam. E notai che per quanto riguardava le pinzette le mie perplessità erano più che fondate. Le pinzette si corrodevano e si ossidavano e le sostituii un paio di volte perché le volevo il più possibile lucide e pulite. Diciamo che funzionavano, ma mi capitò più volte di avere problemi per il collegamento degli accenditori. All’epoca lanciavo modelli piccoli con un solo motore, sperimentai fino al D (che all’epoca era per me un motorone, ancora oggi ci sono affezionatissimo). Notai soprattutto un problema, con i modelli posti già sulla rampa di lancio. Le pinzette tendevano a toccarsi fra di loro, specie con modelli piccoli. E non lo facevano appena applicate all’accenditore, piuttosto dopo qualche istante, quando il mio direttore di lancio si apprestava a lanciare. Mi è infatti capitato di osservare, appena girata la chiave dell’interruttore di sicurezza, il LED della mia centralina affievolirsi, segno che le pinzette erano in contatto e ai capi della batteria si trovava un cortocircuito. Quindi, se il direttore di lancio NON si accorgeva di ciò e tentava di comandare lo start per l’accensione, il motore NON si accendeva. Inoltre questo capitava anche quando avevo la batteria scarica oppure più tardi, l’anno seguente, quando cominciai i lanci del mio bimotore Policarpo, perché due accenditori in parallelo costituivano un carico doppio per la batteria. Quando mi capitava di avere la batteria poco carica, al momento dello start motori del Policarpo notavo il LED spegnersi (mi successe al secondo lancio). Un altro problema che incontravo all’epoca, e dovuto al fatto che nelle confezioni di motori NON vi erano allegati i tappini plastici di fissaggio, era che il peso delle pinzette applicate ai capi dell’accenditore, una volta adagiato il modello sulla rampa, poteva spostare la testa dell’accenditore che veniva tenuta ferma con un pezzo di nastro adesivo, qualche volta impiegai anche pezzetti di legno, anche dei pezzettini di gomma pane o “pongo”. Le pinzette e magari anche una parte del tratto finale del cavetto di collegamento costituivano un problema per il corretto contatto della testa dell’accenditore con il propellente del motore. Credo che sarà capitato qualche volta anche a voi. Finché questi problemi li incontravo per i miei modelli monomotore la cosa non era grave, anche se mi comportava misfire, parecchi, devo dire, nei primissimi tempi in cui facevo esperienza. Mi trovai un bel momento ad avere più motori che accenditori. Poi, fortunatamente, verso l’inizio del 1993, quando già stavo lavorando intensamente al mio bimotore, cominciai a reperire presso il negozio di modellismo solito le confezioni di accenditori Estes da sei. E, più o meno all’epoca, cominciarono ad arrivare le confezioni di motori dotate dei tappini di fermo per gli accenditori. Dovete credere che all’epoca NON si trovava nient’altro. Macché tubi, accoppiatori, ogive. Solo qualche modello, che del resto NON mi interessava. Ma proseguiamo, se non siete ancora stanchi, ma la cosa è ancora lunga e vi stronco subito. Dicevo, la cosa non era grave finché si trattasse di modelli con motore singolo. Quando capitava un misfire si sostituiva l’accenditore e si riprovava, prima o poi capitava di fissare meglio l’accenditore e il decollo avveniva. Quando cominciai a lavorare al mio Policarpo, il mio primo tentativo di bimotore (cluster), pensai che la faccenda delle pinzette e dell’accensione contemporanea dei motori sarebbe stato il problema principale. Mi misi a studiare attentamente la faccenda. Considerai che il mio modello era per me molto prezioso e doveva svolgere l’importante lavoro di trasmissione radio in VHF di cui vi ho detto in passato e quindi, naturalmente, dovevo assolutamente essere sicuro che non decollasse con un solo motore acceso, sarebbe stato un disastro. Naturalmente l’impiego del tappino era un piccolo progresso, ma ciò non mi bastava. Avevo notato che l’accensione del motore dei miei modelli precedenti era abbastanza lenta, vale a dire che dal momento in cui premevo il pulsante al momento in cui il motore si accendeva poteva arrivare trascorrere circa un secondo (talvolta era più veloce, ma ciò dipendeva evidentemente dallo stato di carica della batteria e avevo notato che avrei dovuto prevedere una batteria da 12 Volt). Quindi dovevo anche preoccuparmi di COME e QUANTO a lungo dovessi schiacciare il pulsante di start. Bisogna ricordarsi di schiacciare il pulsante di start e mantenerlo premuto finché non si osserva accendersi il motore. Naturalmente, dopo alcuni secondi, si può sollevare il dito perché a quel punto l’accenditore è ormai bruciato senza accendere il motore. Ma questo NON potevo accettarlo per il mio bimotore. Non potevo accettare che un solo motore su due si accendesse. Inoltre sapevo che il tempo di accensione di un motore NON è fisso e controllabile e al momento NON avevo una esatta idea dell’entità di tale tempo. Certamente i due motori si sarebbero accesi in tempi diversi, anche di parecchi decimi di secondo (naturalmente tenendomi largo nelle valutazioni). Nel caso che un motore si accendesse, il pesante modello sarebbe decollato, piuttosto lentamente e si sarebbe strappato il cavetto o le pinzette ancora collegate avrebbero strappato l’accenditore. Sarebbe stato un volo instabile e bassissimo, il mio Policarpo avrebbe compiuto una breve parabola di pochi metri e si sarebbe tuffato a testa in giù al suolo. Terribile. Quindi pensai che potevo aumentare le probabilità di accensione del motore in ritardo allungando il filo di collegamento del singolo accenditore. Spiego. L’idea era questa: avrei saldato, ai capi di ogni accenditore Estes, una coppia di fili di rame stagnato, ricoperti in guaina colorata, uno rosso e uno nero (ancora la ricorrenza dei tristi colori…), lunghi quanto volevo, diciamo un quaranta-cinquanta centimetri. Avevo acquistato alcune matassine di un filo rigido ma sottilissimo, non una trecciola, quindi in grado di trasportare tranquillamente un paio di Ampere per brevi tratti. Una serie di immagini accompagnerà la spiegazione del semplice procedimento.
Schizzo dell'accenditore Estes Solar Igniter
Taglio dei due terminali dell'accenditore a circa un centimetro dalla banda di cartoncino.
Prestagnatura con ottimo stagno argentato.
Stagnatura di fili unipolari ai capi tagliati dell'accenditore, prestagnati per facilitare l'operazione.
I due fili saldati avranno diverso colore.
Per migliorare l'elemento e renderlo più affidabile è meglio inserire una piccola guaina in gomma. La saldatura verrà nascosta.
Così.
Arrotolare la coppia di fili, aiutandosi con una pinza per tener fermo l'accenditore (altrimenti potrebbe rompersi. I due fili dopo un tratto di un centimetro circa, saranno lasciati lineri e lunghi circa cinquanta centimetri , di più o di meno a seconda delle necessità.
Avendo, sotto il modello, due lunghi fili per ogni accenditore, le pinzette potevano essere poste anche lateralmente al modello, lontano dalle fiammate dei motori. Benissimo, pensai, questo è già un bel vantaggio, così NON si rovinano le pinzette. Però il bello della faccenda, ed era la cosa che più mi importava, era che l’accenditore NON era più sottoposto al peso delle pinzette bensì a solo quello dei due sottilissimi e leggerissimi fili elettrici. Quindi, nel caso un solo motore si accendesse al momento dello start, il modello avrebbe potuto cominciare a decollare lentamente (relativamente, naturalmente), ma l’altro motore avrebbe recato con sé il suo bravo cavetto di collegamento ancora alimentato dalla corrente della batteria, e quindi l’accenditore avrebbe potuto senz’altro accendersi perché diventava così l’unico carico della batteria e TUTTA la corrente disponibile era a sua disposizione. Aumentavo così l’affidabilità dell’accensione. Naturalmente, questo lo scopersi dopo, in sede di esperimenti, i motori in cluster si accendono con breve ritardo, a patto che la batteria della centralina sia robusta e in grado di fornire elevati picchi di corrente, perché due accenditori in parallelo costituiscono una resistenza di valore dimezzato e richiedono una corrente doppia. Sapete che un accenditore Estes richiede correnti di circa due Ampere. Quindi è necessario l’uso di batterie al piombo oppure di Ni-Cd. Di batterie abbiamo molto parlato in passato. Con 6 Volt di alimentazione, un accenditore Estes può accendersi in un tempo compreso tra i tre e i dieci decimi di secondo, dipende dalla batteria. Ma con 12 Volt questo tempo può scendere fino a quaranta millisecondi (parlando di un singolo accenditore). Un giorno vi spiegherò quali esperimenti ho svolto all’epoca e in altre epoche per effettuare queste misure. Quindi restate in contatto e ditemi “bravo” ogni tanto, così mi verrà la voglia di scrivere anche questo. Qualcosa avevo accennato in questa lista circa tre anni fa, se volete potete ricorrere all’archivio. Io poco per volta rivedrò il mio vecchio lavoro e lo rielaborerò. Naturalmente saranno cose lunghe ma credo interessanti per chi, come me, prende questo hobby in maniera molto seria. Ma proseguiamo, se siete ancora vivi vi dico che sta per arrivare il bello di questo articolo. Eroici i finalisti. Quando ebbi il mio Policarpo quasi pronto, cominciai alcune semplici prove sulla rampa di lancio. All’epoca come rampa di lancio avevo costruito una specie di cassetta di legno piuttosto pesante, di forma rettangolare, dotata superiormente di una piastra di acciaio ricavata dal fondo di un vecchio fotocopiatore smontato, e di due aste di acciaio per modelli piccoli e “grandi” come il mio nuovo bimotore. Dalla mia nuova rampa di lancio avevo lanciato in aprile 1993 il modello Estes Saturn V, per un volo di forse quaranta metri con un motore D12. Un altro volo successivamente e poi il mio Saturn V venne messo in pensione. Quindi, nell’avvicinarmi ai lanci di Policarpo lavorai sulla mia rampa per renderla un po’ più stabile e pesante e poterla utilizzare per il mio bimotore che pesava quasi cinquecento grammi (per me e per l’epoca, agosto 1993, era tantissimo). E a un certo punto pensai che potevo rendere il sistema di collegamento elettrico degli accenditori da me modificati più “professionale” facendo in modo di ELIMINARE del tutto le pinzette, con ciò eliminando un aspetto che mi sembrava, all’interno del mio primo programma di esperimenti, piuttosto debole. A Cape Canaveral NON si accendono i motori collegando un accenditore con le pinzette. Ehm, chiedo scusa per l’accostamento, ma in effetti volevo assolutamente realizzare un sistema un po’ più “decoroso”, diciamo così. Non sto criticando l’operato tipico del razzimodellismo ancora oggi in uso, perché l’impiego delle pinzette rappresenta il sistema più semplice ed utilizzabile da tutti, ma il fatto era che per me il razzimodellismo era veramente (ed è tuttora) ispirato alla reale missilistica, seppure in microscopica scala. Vale a dire che volevo farlo nella maniera più tecnica possibile, cercando di trovare soluzioni a qualsiasi aspetto tecnico affrontassi (e bisogna anche dire che ero costretto ad inventarmi tutto quello che mi serviva perché all’epoca non “esisteva “ Stefano e all’epoca per me non esisteva Internet e le sue tremende possibilità informative). Devo dire ancora che ciò mi piace tantissimo perché obbliga a far lavorare il cervello e produce esperienza utilissima per il futuro. Non approfondisco oltre questo aspetto e non dispenso consigli in proposito, spero che valga l’esempio che cerco di fornire. Quindi, ricominciamo, pensai di eliminare le pinzette (orrore!). Non mi ci volle molto. Pensai di costruire, di fianco alla mia rampa di lancio, diciamo su una parete laterale, vicino all’asta grande per i modelli “grandi”, due piccole pinze per il collegamento elettrico degli accenditori. Due piccole molle stringevano due contatti elettrici a pressione. In parallelo, una piattina univa i due terminali elettrici delle piccole morse a una torretta laterale che ospitava un connettore giapponese a spina (non jack, ma quello tipico del collegamento degli alimentatori di qualsiasi apparecchiatura elettronica) femmina. Il mio cavetto di collegamento della piattina terminava perciò in uno spinotto. Quando mi serviva, collegavo lo spinotto alla torretta posta sulla rampa di lancio. Quindi mi bastava collegare i cavetti allungati degli accenditori ai due morsetti laterali. Un lavoretto ordinato, pulito e professionale. NON si usavano più le pinzette, e non c’erano più problemi di cortocircuiti, di pinzette sporche od ossidate, di accenditori che si strappavano per il peso dei coccodrilli. Spero che la descrizione sia sufficientemente chiara per farvela immaginare, in mancanza di immagini, che arriveranno in un non lontano futuro. Il mio programma Policarpo andò benissimo e non ebbi alcun problema di accensione: quando mi capitò di avere la batteria poco carica ebbi un misfire (secondo tentativo di lancio) e dovetti rimandare il lancio di un giorno. Finito il programma Policarpo, impiegai questo sistema fino a tutto il 1995, ben pochi lanci di modelli tutto sommato piccoli e semplici. A quell’epoca stavo già lavorando alla realizzazione della mia nuova rampa di lancio complicatissima interamente realizzata in profilati di alluminio, qualcuno di voi l’ha vista. La mia rampa di lancio fu costruita, a prezzo di un incredibile numero di ore di lavoro, in circa tre anni, anche perché insieme ad essa dovevo sviluppare il nuovo sistema di controllo ed accensione per modelli dotati di cluster di motori. Al momento in cui il complicato sistema cominciava a funzionare (1997) ancora NON conoscevo Stefano e comunque lavorai alla rampa per altri due anni, naturalmente con delle lunghe pause di mesi durante i quali ero fermo e pensavo ad altre cose, perché lavorare per anni e non ottenere risultati è faticoso e stressante. Quindi sviluppai ulteriormente il sistema. La mia rampa di lancio presenta una piattaforma realizzata in pesante truciolato unita a un basamento in elementi di alluminio. La piattaforma ha un foro quadrato che ospita un tunnel per la raccolta dei gas di scarico e le fiammate dei motori del modello, deviandoli ai lati. Un altro foro quadrato è previsto per inserirvi una piccola telecamera per riprendere eventualmente l’accensione dei motori del modello (e possiedo un filmato tremendo che un giorno o l’altro DEVO digitalizzare, ma qualcuno di voi ha visto le foto), e, infine, sei vani ospitano sei coppie di morsetti elettrici del tipo utilizzato sulle casse acustiche per il collegamento dei cavetti di segnale. Vale a dire che lo stesso sistema che mi inventai per il Policarpo è utilizzato, ulteriormente sviluppato, anche sulla mia rampa in alluminio, però è stato previsto per arrivare a sei motori da accendere contemporaneamente del tutto indipendentemente. Spiego. La mia centralina di lancio può comandare l’accensione di motori, da uno a sei contemporaneamente. Però ogni singolo motore viene controllato dalla centralina in maniera indipendente, vale a dire che una serie di contatti di relè forniscono corrente a un solo accenditore, e nello stesso tempo mi danno in centralina la segnalazione della continuità dell’accenditore, accendendomi un LED. In questo caso il LED verde in centralina mi segnala che un accenditore è stato collegato alla morsa relativamente numerata. In caso un accenditore fosse guasto, il LED non si accenderebbe. In questo caso NON ho bisogno di unire tutti i fili di tutti gli accenditori per collegarli in parallelo, cosa che mi impedirebbe di controllare la continuità di TUTTI gli accenditori. Cosa pericolosa perché non saprei se tutti gli accenditori sono buoni DOPO averli fissati ai rispettivi motori. Forse qualcuno di voi si è accorto che schiacciare il tappino ferma-accenditore può causare il danneggiamento dell’accenditore. Quindi, dopo avere fissato il tappino dell’accenditore bisogna sempre ricordarsi di controllare col tester se l’accenditore funziona ancora. Con il mio sistema non ho questa necessità. In ogni caso mi sono anche costruito un semplice sistema di backup, vale a dire un cavetto di emergenza, cosa che mi servì nell’agosto 1999 quando feci il lancio di prova del mio quadrimotore Alkermes. Avevo dimenticato a Milano la mia nuova centralina e allora dovetti ricorrere a un sistema veloce. Costruii un nuovo cavetto SENZA relè ma solamente dotato di due pulsanti in serie. Al posto delle morsettiere, che non potevo usare perché i connettori del sistema erano compatibili solo con il mio sistema di accensione, applicai, lontano dai motori, un semplice blocchetto di “mammut”, ovvero una di quelle morsettiere a vite che usano gli elettricisti. Ad esso arriva il cavetto dalla centralina e con le viti libere si fissano i cavetti degli accenditori, uniti per collegarli in parallelo. Naturalmente, in questo caso bisogna testare gli accenditori DOPO avere fissato i tappini ma PRIMA di collegarli in parallelo. Uno per uno. Alkermes volò perfettamente in agosto 1999 e, un anno dopo, ancora altrettanto perfettamente impiegando la mia centralina a controllo remoto e fu per me una soddisfazione notevole. Tutto funzionò a meraviglia dopo uno sproposito di ore di studi, di costruzione, di test e di prove in circa sette anni. Non le ho mai contate precisamente ma non credo di essere lontano dal migliaio, comprese quelle per la costruzione del quadrimotore e delle due capsule elettroniche. Quindi, per riassumere. Per migliorare l’affidabilità dell’accensione e per risolvere tipici problemi causati dalle pinzette è possibile attuare questi semplici accorgimenti. 1. Utilizzare accenditori dotati di lunghi fili. Per gli Estes si tratta di saldare ai capi una piattina di fili sottili e lunghi, diciamo tra i venti e i cinquanta centimetri, a piacere. Per i Copperhead e i TigerTail la cosa è fattibile solo se si sa come maneggiarli, ovvero separando le due sottilissime lamine dall’isolante centrale per un breve tratto. Anche qui, con paziente e rapido lavoro di microsaldatura, bisogna unire una piattina di fili, facendo attenzione a non danneggiare il delicato elemento. Un controllo con il tester darà l’indicazione della buona riuscita dell’operazione, ma dopo alcuni tentativi si acquisterà la necessaria pratica. Suggerisco di usare una coppia di fili di colore diverso, per un ben preciso motivo. 2. Sostituire le pinzette con un mammut oppure con una morsettiera per il collegamento degli altoparlanti alla piattina di segnale. Anche qui si tratta di saldare a stagno. 3. Fissare il mammut o la morsettiera impiegata sulla rampa di lancio in una posizione al riparo dalle fiammate del motore, può andar bene sotto lo schermo parafiamma o in altra posizione laterale, Un eventuale coperchio in lamiera può essere un’ulteriore sicurezza. Questo lavoretto deve tener conto della lunghezza minima del filo dell’accenditore una volta inserito nel motore, specialmente nel caso di motori lunghi su cui usiamo i Magnelite, mentre con gli accenditori Estes possiamo decidere tutto noi. 4. In caso di modello con cluster di motori, il diverso colore dei fili serve per unire, ai capi della piattina della centralina, tutti i fili di un colore e tutti dell’altro colore. In questo modo avremo la certezza di avere collegato tutti gli accenditori in parallelo, senza bisogno di controllarli uno per uno e senza sbagliare a prendere il giusto terminale. Naturalmente, in caso di dubbio, via col tester, e il tester va usato SEMPRE prima del collegamento in parallelo dei fili. Non c’è altro, ma l’importante è lavorare con metodo e riflettere molto PRIMA di agire, cercare di immaginare i problemi che il nostro personale sistema potrebbe presentare. Ho fornito il mio esempio ma altre soluzioni derivate potrebbero essere utili ed efficaci.
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